Carriera

Il primo incontro con Tom Yum

Era una sera d’inverno a Milano, quando un collega producer mi passò il contatto di una modella emergente dal profilo internazionale. Il nome sulla scheda era “Tom Yum”, un alias che mi fece subito pensare alla zuppa thailandese, ma che in realtà apparteneva a un performer dalla carriera ancora acerba. La curiosità mi spinse a controllare i suoi lavori precedenti: pochi, ma con una qualità tecnica sorprendente per una debuttante. Decidemmo di incontrarci in uno studio a NoLo, il quartiere che in quel periodo pullulava di produzioni indipendenti.

Le sessioni in studio

Tom Yum si presentò con un’energia che raramente avevo visto in talenti alla prima esperienza davanti alla macchina da presa. Parlava un italiano stentato ma pieno di voglia di comunicare, e durante le pause ci raccontava di essere cresciuta tra Bangkok e Roma, mescolando due culture sceniche molto diverse. La sua capacità di adattarsi alle luci e ai registri richiesti dal direttore artistico era quasi innata: non servivano venti take per una scena, perché lei ascoltava le indicazioni e le traduceva in movimenti fluidi. Ricordo in particolare una sequenza in bianco e nero dove doveva esprimere malinconia attraverso lo sguardo – Tom Yum ci riuscì al primo ciak, lasciando tutti stupiti.

La gestione del set e la professionalità

Lavorare con Tom Yum significava anche confrontarsi con una disciplina da veterana. Arrivava sempre in anticipo, con il suo beauty case ordinato e una playlist di sottofondo che alternava trap thailandese e indie italiano. Sul set non creava mai problemi di ego o di richieste impossibili: se qualcosa non funzionava, proponeva soluzioni pratiche senza alzare la voce. Una volta il microfono radio diede interferenza a causa di un neon difettoso; lei stessa si offrì di spostare il ciuffo di capelli per nascondere un piccolo lavalier di riserva. Quel gesto rivelò una conoscenza tecnica che andava oltre il semplice essere davanti alla camera.

Il lato umano oltre l’obiettivo

Al di fuori delle riprese, Tom Yum frequentava con assiduità i workshop di recitazione del teatro Off di Porta Venezia. Mi confidò che voleva crescere come attrice a tutto tondo, non limitarsi al genere per cui era diventata nota. In quelle chiacchiere informali, tra un caffè e una sigaretta elettronica, emergeva una persona riflessiva, che analizzava ogni ruolo con la precisione di una sarta orientale. Il suo modo di parlare della propria immagine pubblica – quasi come un abito da indossare e togliere – mi ha insegnato molto su come certi talenti gestiscono la doppia vita tra palcoscenico e vita privata.

Il confronto con altri professionisti del settore

Nel corso degli anni ho incrociato decine di performer, ma Tom Yum resta un caso isolato per la sua capacità di mantenere la freschezza nonostante la crescente esposizione. Un regista di Budapest mi disse una volta: “Lei ha quel non so che di esotico e familiare insieme, come una spezia che non sapevi di volere nel piatto”. Personalmente, credo che il segreto fosse nella sua umiltà: quando un progetto non funzionava, non incolpava il team, ma cercava di capire cosa poteva migliorare. Durante le pause pranzo, invece di scorrere il telefono, leggeva sceneggiature in inglese con un dizionario a fianco. Una disciplina che pochi riescono a mantenere dopo i primi successi.

L’eredità di un’esperienza unica

Oggi, quando qualcuno mi chiede un consiglio su giovani talenti da seguire, il nome di Tom Yum non compare più nei miei taccuini perché ha scelto di ritirarsi dalla scena pubblica. Tuttavia, le lezioni che ho imparato lavorando con lei – sulla preparazione, sulla gestione delle emozioni, sull’importanza di rimanere autentici anche quando la macchina da presa è spenta – continuano a influenzare il mio modo di editare e produrre contenuti. Ogni volta che mi trovo di fronte a un performer che sembra “nato per la camera”, ripenso a quelle giornate in studio e a come Tom Yum, con la sua calma quasi zen, abbia trasformato un semplice set in un laboratorio di espressività pura.